UE: 252 milioni di euro per promuovere carne e latticini, accanto a politiche “green” per ridurne il consumo

L’incoerenza di questa strategia è stata evidenziata in un report stilato da Greenpeace: l’Europa ha speso dal 2016 al 2020 il 32% dei fondi pubblici per promuovere il consumo di carne e latticini. Nel frattempo, elabora politiche di sviluppo sostenibile che prevedono una riduzione dei consumi dei prodotti di origine animale.

L’Unione Europea, nonostante le politiche “green” promosse negli ultimi anni, ha speso 252 milioni di euro per sostenere il consumo di carne e derivati animali. A mettere in luce questa contraddizione è il report “Marketing Meat” di Greenpeace, secondo il quale l’Europa ha usato 776,7 milioni di euro per promuovere i prodotti agricoli tra il 2016 e il 2020; di questi, il 32% è stato speso per incentivare il consumo di carne e latticini (252 milioni di euro, appunto), mentre solo il 19% è stato impiegato per promuovere frutta e verdura (146,4 milioni di euro). Ma non basta: altri 214,7 milioni di euro, ovvero il 28% dei finanziamenti disponibili, sono stati spesi nello stesso periodo per promuovere panieri misti di prodotti, la maggior parte dei quali includeva carne e/o prodotti lattiero-caseari.

Le promesse dell’Europa, portate avanti con le politiche sullo sviluppo sostenibile, rimangono quindi solo promesse. C’è un enorme squilibrio tra i fondi pubblici messi a disposizione per finanziare campagne promozionali a favore del consumo di prodotti animali e quelli destinati alla promozione degli alimenti vegetali. Eppure, il Green Deal la strategia politica progettata per rendere l’UE neutrale entro il 2050 in termini di emissioni – include l’obiettivo di creare un sistema alimentare più sostenibile e sano. Lo scorso ottobre, poi, il Parlamento Europeo ha votato a favore di una nuova legge sul clima per ridurre le emissioni di gas serra del 60% entro il 2030.

Una contraddizione di intenti, si potrebbe dire, che minaccia di vanificare qualsiasi sforzo compiuto in nome di un sistema alimentare sostenibile. Come si può promuovere il consumo di carne e derivati mentre si cerca di ridurre i cambiamenti climatici? Se si tiene conto dei costi ambientali della produzione di carne e derivati animali, del loro impatto in termini di consumo di acqua, uso del suolo, emissioni di Co2 e di metano, capiamo bene come la situazione sia illogica e incoerente. Per approfondire questo argomento: Impatto ambientale: quale sarebbe il “prezzo reale” di carne e derivati animali?

Elaborazione grafica a cura di Greenpeace

 

Unione Europea: quali priorità nel settore agroalimentare?

In Europa e a livello globale si sta assistendo al calo costante dei consumi di carne e derivati animali, in favore delle alternative plant-based. Dal report emerge come l’UE stia tentando di invertire questa tendenza, spesso coinvolgendo nelle campagne promozionali anche influencer e chef seguiti da un pubblico giovane e giovanissimo. A questo si aggiunge che le “ambizioni ecologiche” dell’Europa si scontrano con la riforma della PAC (Politica Agricola Comune) votata lo scorso ottobre. Il Parlamento Europeo ha deciso sulla gestione di un fondo pubblico di circa 400 miliardi di euro, che nei prossimi sette anni finanzierà le attività agricole in Europa. I fondi continueranno a sostenere i sistemi di produzione intensivi. Tra questi, anche gli allevamenti, ai quali è da sempre destinato il 75% delle sovvenzioni.

Per approfondire: Carne, in Italia danni ambientali per almeno 6,3 miliardi di euro. Ma l’UE continua a finanziare gli allevamenti

Tutto questo è in contrasto con le direttive della comunità scientifica internazionale, che a più riprese ha sottolineato l’importanza di uno shift verso i consumi vegetali per proteggere clima, ambiente e salute. Ma non solo, perché il contrasto è evidente anche con la strategia Farm to Fork, lanciata nel contesto del Green Deal per rendere più sostenibile a livello ambientale la catena agroalimentare europea.

Dai dati emerge anche che le diete europee sono già fortemente sbilanciate verso un consumo eccessivo di prodotti di origine animale come carne e latticini: gli europei consumano circa il doppio della carne e circa il triplo dei latticini rispetto alla media mondiale. L’Italia, con i suoi 80 chili di carne l’anno pro capite, non fa eccezione.

Focus on: la situazione in Italia

L’Italia è uno degli Stati europei con il maggior numero di progetti approvati per finanziare con fondi pubblici campagne di promozione dell’agroalimentare: si parla di 65 progetti nel periodo 2016-2019, per un totale di oltre 124 milioni di euro. Più di un terzo di questi progetti ha avuto come focus la promozione di carne e latticini: il 36%, per un totale di 45 milioni di euro. Più del doppio di quanto destinato alla promozione di frutta e verdura, che ha ricevuto solo il 17% dei fondi europei (21 milioni di euro).

Eppure, mentre il Ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, sottolinea la necessità di “diminuire la quantità di proteine animali sostituendole con quelle vegetali”, i dati relativi ai danni ambientali e sanitari provocati in Italia dal consumo di carne e derivati rimangono allarmanti. A rivelarlo è “L’insostenibile impatto della carne in Italia”, una ricerca indipendente condotta per LAV da Demetra e pubblicata in esclusiva da Ilfattoquotidiano. Per fare un esempio, al prezzo di un hamburger di manzo da 100 g, si dovrebbero aggiungere 1,9 euro per compensare i danni ambientali della produzione, e 54 centesimi per la spesa sanitaria; in tutto, si tratta di 19 euro in più al chilo. Dallo studio, emergono dati preoccupanti anche sulla relazione tra il consumo di carne lavorata (soprattutto di maiale) e le spese sanitarie a esso collegate. Gli italiani ne consumano in media 46 grammi al giorno, che gravano sulle tasche degli stessi italiani per un totale di 14,4 miliardi di euro solo per compensare l’impatto sanitario.

Per saperne di più: “L’insostenibile impatto della carne in Italia”: quanto ci costa a livello ambientale e sanitario? – Lo studio

L’Unione Europea sembra volersi destreggiare tra la necessità di agire contro i cambiamenti climatici e la volontà di non scontrarsi con l’industria zootecnica, ma è arrivato il momento di prendere e portare avanti una decisione coerente per la salvaguardia ambientale.

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