Nomisma: per gli italiani sì al pack sostenibile, ma senza pagare di più

Gli italiani vogliono packaging “green”, ma non sono disposti a pagare un eventuale sovrapprezzo: è uno dei dati emersi dal terzo appuntamento dell’Osservatorio Packaging del Largo Consumo di Nomisma, che fornisce una fotografia della situazione attuale in GDO.

Quello tra packaging e salvaguardia ambientale è un binomio sempre più presente all’interno del macro settore del largo consumo, e i consumatori sono sempre più interessati ad acquisti “green” – a patto che il costo della sostenibilità del pack ricada sul produttore. Questo è uno degli aspetti più interessanti emersi dal terzo appuntamento dell’Osservatorio Packaging del Largo Consumo di Nomisma, che si è tenuto a fine gennaio in diretta streaming. In primo luogo, i dati parlano di consumi che, nell’ultimo anno, si sono spostati in casa per colpa della pandemia: le vendite in GDO hanno visto un aumento del 5%, e la digitalizzazione dei consumi – legata alla necessità di distanziamento sociale – ha visto un aumento del 31%. Per approfondire: Siamo tutti più connessi: aumenta dell’11% il tempo dedicato a comunicazione, social e streaming

Interessante è il fatto che, nel 2019, per il 27% degli italiani gli aspetti ambientali erano una priorità, e l’emergenza sanitaria non ha spostato il focus da questi temi: nel 2020, il 35% degli italiani non ha cambiato idea su questo argomento, tanto che gli aspetti ambientali sono oggi più rilevanti per 1 italiano su 3. Anzi, il 29% degli intervistati ritiene possibile un collegamento tra i cambiamenti climatici e la pandemia da Coronavirus. Solo il 4% degli italiani considera oggi meno importanti gli aspetti ambientali nella propria quotidianità.

Parlando di sostenibilità di un prodotto alimentare, il 32% dei consumatori attribuisce importanza al packaging, e in particolare ai materiali di cui è composto. L’attenzione si concentra su pack realizzato con materiali sostenibili (58%), packaging plastic free (48%) e su imballaggi senza overpackaging (35%). Ma non basta, perché le caratteristiche dell’imballaggio incidono notevolmente sugli acquisti: mentre il 14% degli intervistati ha dichiarato di aver smesso di comprare un prodotto negli ultimi 6 mesi perché non aveva un pack sostenibile, ben il 61% si dichiara pronto a farlo nei prossimi 12 mesi.

Packaging sostenibile? Sì, ma senza sovrapprezzo

Eppure, la propensione degli italiani al packaging “green” si ferma davanti al prezzo. O meglio, all’ipotetico rincaro: il 53% degli intervistati chiara di non essere disposto a pagare un prezzo maggiorato per fare fronte ai costi di un pack “eco”. Gli italiani, dunque, ricercano imballaggi amici dell’ambiente, ma ritengono che sia dovere di altri (produttori o rivenditori) farsi carico degli eventuali costi aggiuntivi.

 

Il 53% rivela una willingness to pay – ossia una disponibilità a pagare di più un prodotto che presenti un pack sostenibile rispetto ad un altro – nulla o quasi.

Un altro dato importante per i produttori riguarda le informazioni che sono fornite in etichetta: per il 26% delle persone coinvolte, le informazioni on pack non sono sufficienti per valutare la sostenibilità del prodotto e il 75% ritiene che sia proprio l’etichetta il mezzo giusto per ottenere questo tipo di informazioni. Si tratta di dati essenziali, anche tenendo conto del fatto che, nel 2018, la produzione di packaging waste ha toccato in Europa i 174 kg pro capite; è chiaro dunque che le indicazioni sul corretto smaltimento risultino fondamentali per indirizzare il comportamento dei consumatori e il conseguente impatto ambientale. Non a caso, il decreto legislativo 3 settembre 2020, n. 116 introduce l’obbligo per i produttori non solo di identificare il materiale di composizione del pack, ma anche di comunicare in etichetta il corretto conferimento dell’imballaggio (anche se questo obbligo è attualmente sospeso fino al 31/12/2021).

Leggi anche: una panoramica sugli ingredienti del pack

Parlando di packaging e sostenibilità, come Osservatorio non possiamo evitare il riferimento a una questione poco dibattuta, ma decisamente molto importante: il packaging può contenere derivati animali. Detto questo, prodotto con una formulazione 100% vegetale, ma con una confezione che contiene derivati animali, non può essere considerato vegan.

Questo è uno dei principali motivi per cui molte realtà che (apparentemente) producono referenze già 100% vegetali – come legumi, salse e conserve – scelgono di uniformare i propri prodotti allo standard VEGANOK. Al momento, infatti, il marchio VEGANOK è l’unico al mondo a verificare che nel packaging non siano contenute sostanze di origine animale.

Per approfondire questo argomento: Packaging e prodotto vegano: l’analisi degli inchiostri e dei materiali

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    Gian Maria Cavalieri 17 Febbraio 2021, 9:25

    Io mi chiedo perché debba essere il consumatore a dover pagare di più.

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  2. Personalmente credo che, soprattutto alcune tipologie di prodotti, costino già abbastanza per poter comprendere anche un pack sostenibile. Senza contare che tantissimi prodotti hanno imballaggi superflui! Iniziamo a eliminare quelli…

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  3. Avatar

    Beh, sicuramente allora i miei acquisti sono a posto visto che compro VEGANOK e so che per il packaging c’è proprio attenzione!

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  4. Avatar

    Sembra assurdo ma purtroppo al giorno d’oggi il packaging può contenere derivati animali.. Un prodotto completamente vegetale ma con un packaging composto da materie prime con derivati animali non può di certo essere considerato un prodotto vegano!!!

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