Marche: la Regione ferma la costruzione di un maxi allevamento intensivo di polli

Nella provincia di Pesaro-Urbino era prevista la costruzione di un allevamento intensivo che avrebbe ospitato più di due milioni di polli ogni anno. Le proteste dei cittadini, sostenuti dall’amministrazione locale, hanno portato la Regione a bloccare la costruzione della struttura, anche valutando il rapporto costi-benefici.

La Regione Marche blocca la costruzione di un maxi allevamento di polli: siamo a San Lorenzo in Campo, un paese in provincia di Pesaro-Urbino, dov’era prevista la realizzazione di un allevamento intensivo che avrebbe ospitato più di 2 milioni di polli ogni anno. Sei enormi capannoni che avrebbero rappresentato un problema per gli abitanti, che si sono uniti nel comitato AmbienteVivo Valcesano per sollevare preoccupazioni sullo spreco di acqua, sugli odori che avrebbero invaso l’area residenziale e sull’inutilità del progetto per il territorio.

Una battaglia iniziata nel 2019, che si è conclusa con la decisione della Regione Marche di annullare il progetto, che era stato presentato dalle società San Pio e Fileni srl, terzo produttore avicolo d’Italia. All’epoca fu la giornalista Giulia Innocenzi, nota per le sue inchieste contro gli allevamenti intensivi, a portare alla luce lo scontento dei cittadini, raccogliendone le testimonianze. A dare la notizia oggi, riportata in prima battuta da ilfattoquotidiano.it, è stato il sindaco di San Lorenzo, Davide Dellonti, con un post sui social.

Di seguito il Twit della giornalista Giulia Innocenzi riguardo alla notizia:

Già alla fine del 2019, l’amministrazione Comunale aveva negato il consenso per la variante urbanistica, fondamentale per proseguire con il progetto. Nel decreto finale, la Regione Marche ha bloccato la costruzione dell’allevamento per le motivazioni già sostenute dai cittadini e dalle amministrazioni locali: emissioni odorigeneapprovvigionamento idrico e analisi costi-benefici. Questa scelta rappresenta un importante precedente, che potrà essere tenuto in considerazione in situazioni analoghe: in tutta Italia nascono spesso conflitti tra i cittadini e le aziende che vorrebbero costruire allevamenti intensivi nelle zone più rurali.

Allevamenti intensivi: perché è l’ora di dire basta

Come Osservatorio che fa parte di un Network che da 20 anni sostiene la filosofia vegan e la liberazione animale, abbiamo più volte puntato i riflettori sugli allevamenti intensivi e sulle aberrazioni che rappresentano. Per prima cosa, sono inaccettabili dal punto di vista etico: migliaia e migliaia di animali ammassati gli uni sugli altri, in condizioni igieniche spesso precarie, vivono la loro breve vita rinchiusi in capannoni bui, per poi finire al macello. La privazione della libertà e lo sfruttamento – anche laddove non ci siano situazioni di illegalità – sono alla base del sistema di allevamento. Nessuna legge interviene per mettere in discussione lo status quo che vige all’interno di questa industria: miliardi di esseri senzienti continuano a essere considerati “macchine da produzione” al servizio dell’uomo, il cui benessere è finalizzato unicamente a una maggiore produttività.

Crediti foto: Essere Animali

C’è poi l’importantissima questione della sostenibilità ambientale: non si contano gli studi scientifici che, ormai da anni, indicano gli allevamenti intensivi come una delle maggiori minacce per l’ambiente. Gli esperti concordano nell’affermare che, per raggiungere gli obiettivi fissati nel 2015 con l’Accordo di Parigi sul clima, è necessario ridurre tanto e rapidamente l’emissione di gas serra. Questo finora si è tradotto nel tentativo di ridurre le emissioni legate alla produzione di energia elettrica, ai trasporti e all’industria. Il punto, però, è che secondo gli esperti “l’eliminazione di tutte le emissioni di questi settori non sarebbe comunque sufficiente per raggiungere gli obiettivi stabiliti con l’accordo di Parigi. Il sistema alimentare globale è una delle principali fonti di emissioni di gas serra, circa il 30% del totale globale“.

Nonostante questo, è ancora poca l’attenzione riservata al legame che il cambiamento climatico ha con la produzione alimentare, i cui numeri in termini di emissioni sono impressionanti: si calcola che, ogni anno, la produzione di cibo a livello globale porti a immettere nell’atmosfera 16 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. Il problema riguarda tutta la filiera produttiva, partendo dalla deforestazione e dall’uso di fertilizzanti chimici, fino ad arrivare alle emissioni di metano derivanti dagli animali negli allevamenti. Per approfondire questo argomento: Meno carne e derivati animali per fermare la crisi climatica: lo dicono (ancora) gli esperti dell’Università di Oxford

Per finire, c’è la questione della salute pubblica, minacciata proprio dalla presenza di un numero così elevato di animali in uno spazio minimo. Il rischio è la diffusione di malattie, che possono colpire anche l’uomo: lo abbiamo visto nel caso degli allevamenti di visoni europei, che si sono trasformati in pericolosi focolai di Covid-19 negli ultimi mesi, ma la questione riguarda molte altre malattie. Le sars, l’influenza aviaria, l’influenza suina, l’ebola, e anche il Covid-19 sono delle zoonosi, patologie derivanti da un contatto animale-uomo. Oggi, il 70% delle malattie infettive nuove o emergenti provengono da animali, principalmente dal commercio di animali selvatici e dall’allevamento industriale. Le condizioni in cui gli animali sono tenuti negli stabilimenti forniscono un ambiente fertile per la trasmissione dei patogeni, che possono fare un salto di specie (il cosiddetto “spillover”) e colpire l’uomo.

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  1. Fermare le costruzioni dei nuovi lager è doveroso

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    Gian Maria Cavalieri 4 Maggio 2021, 8:28

    Gli allevamenti sono bombe ecologiche. Giusto rendere edotti i cittadini in merito.

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  3. Bene! Anche se ai cittadini poco importa degli animali, se ogni paese portasse avanti queste battaglie, certa gente potrebbe gettare la spugna e investire il proprio capitale in attività più rispettose dell’ambiente.

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  4. È vergognoso che nel 2021 si progetti l’apertura di queste fabbriche di morte, pericolose per la salute pubblica e inaccettabili dal punto di vista etico.

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    Bravi marchigiani!

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    Un esempio di eveluzione della forma mentale di qualcuno che ti renne essere presa e replicata all’inedito e ovunque subito !
    Go Vegan

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