Lana vegana: ora è realtà

Un team di studenti colombiani ha vinto il primo premio della Biodesign Challange 2018 creando un materiale 100% vegetale molto simile alla lana da fibre di cocco, canapa ed enzimi di funghi Pleurotus.

Come ogni anno, si è tenuta la Biodesign Challenge che coinvolge gli studenti delle migliori università di tutto il mondo offrendo loro l’opportunità di immaginare e studiare le possibili applicazioni della biotecnologia. I team di ogni università si sono riuniti il 22 Giugno 2018 presso il Museo di Arte Moderna di New York City per mostrare i loro progetti.

I vincitori di quest’anno hanno presentato un prodotto che rivoluzionerà il mondo della moda e della produzione tessile: gli studenti dell’università delle Ande a Bogotá, in Colombia, hanno creato “Woocoa”, una “lana” vegana (100% vegetale) composta da una combinazione di canapa e fibre di cocco trattate con enzimi estratti dal fungo Pleurotus. È molto versatile e adatta per essere tessuta e tinta in modo simile alla lana vera.

La sfida per la creazione di un materiale cruelty free è stata lanciata e sponsorizzata da PETA (People for the Ethical Treatment of Animals) l’organizzazione no-profit a sostegno dei diritti animali; Stray Dog Capital, una società di investimento in alternative animal free e Stella McCartney, stilista inglese figlia dell’ex componente dei Beatles Paul McCartney.

“Le menti dietro Woocoa hanno inventato un materiale eco-friendly realizzato con componenti organiche che soddisferà i consumatori ed eviterà che le pecore vengano crudelmente sfruttate per la lana”, afferma Anne Brainard, direttrice degli Affari Societari della PETA, e continua “Il premio Peta’s Animal-Free Wool offre a questi giovani designer la spinta di cui hanno bisogno per contribuire a cambiare il mondo in meglio.”

Ma come possono canapa, cocco e funghi combinati insieme diventare lana?

“Nella nostra ricerca” spiega Manuel Ortiz, uno dei membri del Woocoa team “abbiamo scoperto che nel nostro paese, la Colombia, ci sono 114 fibre vegetali differenti comunemente usate nei prodotti artigianali. La fibra di cocco è uno scarto, un sottoprodotto dell’agricoltura che potrebbe generare dei benefici economici alle comunità della costa caraibica della Colombia. La canapa potrebbe essere coltivata per ridare valore a quelle aree in cui vi erano colture illegali; zone che fino al trattato di pace del 2016, sono state al centro del conflitto interno con il gruppo ribelle FARC.”

Nel percorso di ricerca, i membri del team, hanno lavorato molto sulla materia: infatti, sebbene il requisito di sostenibilità di canapa e cocco venisse rispettato, il risultato inizialmente non sembrava soddisfacente per ciò che riguardava texture e sensazione al tatto. Così il team ha iniziato a condurre esperimenti per rendere le fibre più morbide. Consultando i professori dei dipartimenti di biologia, ingegneria chimica e design della loro università, hanno scoperto che potevano usare gli enzimi dei funghi Pleurotus per degradare la lignina, il polimero organico che rende le cellule vegetali, dure e ruvide. Ciò ha reso le fibre di cocco e di canapa molto più morbide e più simili alla lana.

Il lavoro da fare prima che il materiale sia pronto per la produzione commerciale è ancora molto ma sicuramente si tratta di un ottimo inizio, un risultato eccellente: un prodotto efficiente, eco-compatibile, che fornisce una soluzione al tema della sofferenza delle pecore da lana e che può portare benefici, in termini economici alle comunità colombiane.

“Possiamo escludere gli animali dallo schema produttivo: restituiamo alla natura invece di sottrarre risorse” dice Ortiz e conclude “è una soluzione sostenibile che genera opportunità economiche a livello locale in Colombia e aiuta a mitigare l’impatto ambientale dell’industria tessile. Ma sopratutto, avremo un futuro in cui nessuna pecora sarà sfruttata per produrre capi di maglieria.”

Negli ultimi anni, designer e produttori di abbigliamento hanno sfruttato la biotecnologia per offrire alternative cruelty free alle fibre e ai materiali di derivazione animale: sono così arrivati sul mercato seta sintetica, piume d’oca artificiali, eco-pellicce high-tech e pelletteria vegana da scarti della produzione del vino, dall’ananas e dalle albicocche. Ma al momento, nonostante i tentativi, non si era ancora arrivati alla creazione di una lana animal free. Si tratta quindi, di una vera rivoluzione in termini di opportunità di mercato.

Proponiamo il video di presentazione del progetto “Woocoa”. Segue traduzione.

Di seguito, la traduzione di quanto viene detto all’interno del video:

“C’era un’idea di fondo: rendere il mondo, un posto migliore per le pecore operando scelte più consapevoli all’interno di una realtà iper-consumista.

L’allevamento di pecore comporta profondi problemi a livello ambientale, sociale ed etico.
Un materiale è nobile quando ha un valore simbolico, è prodotto responsabilmente ed è di facile utilizzo. In questi termini, la lana non può più essere considerata un materiale nobile.

Fortunatamente con le fibre di cocco provenienti dalla costa caraibica della Colombia, le fibre di canapa messe a coltura dai coltivatori coinvolti in passato nella produzione di droga e il nostro trattamento unico con enzimi laccasi estratti dai funghi della varietà Pleurotus usati per rimuovere le impurità dalle fibre, siamo in grado di replicare le proprietà della lana e farne un’alternativa vegana, creando un materiale eco sostenibile che ha un impatto sociale positivo in Colombia.”

  1. Cristiano Minestrini 1 luglio 2018, 9:00

    Non vedo l’ora di trovare maglioni guanti cappelli fatti con questo materiale! Che bella notizia finalmente. Mi chiedo quanto tempo ci vorrà…

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  2. Il cambiamento etico in questi ambiti passa necessariamente attraverso lo studio di nuove tecnologie. Avanti così!

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  3. Questa è la dimostrazione che se c’è interesse a trovare alternative sostenibili ed etiche la soluzione si trova. Non vedo l’ora di trovare questo materiale in commercio, tra l’altro aprirà sicuramente nuove opportunità di business per le imprese.

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  4. La lana non l’ho mai amata particolarmente, ma mi trovavo spesso a comprare roba mista dove ce ne era una qualche percentuale… quando ho scoperto che inconsciamente e indirettamente facevo del male a degli esseri senzienti ho scelto altro, dove “lana” non era più in considerazione… 🙂 e nell’inverno in cui ho fatto questa scelta non ho avuto una specie di bronchite che si presentava a tutti gli inverni da oltre 10 anni ormai… ho scoperto così, per caso, a quel punto, che ne ero allergica… e da anni mi inbottivo ogni inverno di medicine. Provai rabbia, ma allo stesso tempo felicità perché mi sentivo felice per aver risolto non un problema ma due: la loro libertà e la mia salute…

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  5. Antonio Massari 1 luglio 2018, 11:40

    Scusate, ma la continueranno a chiamare Lana?
    Sarebbe molto meglio se coniassero un nuovo nome che non riporta il pensiero alle povere pecore.
    Io non sono molto d’accordo con i nomi , chiamiamoli “originali nel mondo onnivoro “ che vengono riutilizzati in ambito vegano da cibi o materiali senza crudeltà.
    Voi cosa mi dite ?

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    • potrebbero chiamarla lana vegetale non so se la legge lo permette ma sarebbe il nome più naturale come quando si dice latte di soia o uova di cioccolato

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    • Secondo me è giusto: si tratta dello studio di un materiale che possa sostituire la lana, quindi è giusto che si faccia riferimento al termine “lana”. C’era stato il tentativo di discostarsi dai termini cosiddetti tradizionali con il formaggio vegan: era stato proposto di chiamarlo “Gary” invece di vegan cheese ma è stato un fiasco perchè nessuno è stato capace di associare quel termine a qualcosa che conosceva. Gli onnivori non hanno mica il possesso delle parole di uso comune…. in fin dei conti, nessuno si sognerebbe di bere un latte detergente, no?!

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  6. Qualsiasi alternativa allo sfruttamento di poveri animali innocenti, è una buona alternativa… Bene che la ricerca proceda ogni sviluppo possibile.

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  7. Emiliano YaBasta Ferrini 2 luglio 2018, 18:13

    Scusate ma…tutte quelle popolazioni, per es. nelle Ande, nel Deserto del Sahara o in Asia Centrale, che da sempre utilizzano la lana per il suo potere termoisolante (dal momento che ci sono dei begli sbalzi di temperatura) cosa dovrebbero fare? Comprare in blocco tonnellate di questa costosissima lana vegana e buttare via tutto quello che fanno da sempre? Io credo nell’innovazione, ed è una cosa buona e giusta che tante cose che implicano sfruttamento animale vengano rimpiazzate con materiali o cibi più etici. Ma è sempre solo ed esclusivamente un “privilegio” bianco e occidentale. Essere vegani in alcune parti del mondo è semplicemente impossibile, impensabile. Non esiste l’alternativa, non si trova in vendita da nessuna parte e nessuno comunque la comprerebbe, perché il livello di vita delle persone è troppo basso per permettersi lo “sfizio” di essere vegani. Recentemente ho fatto un viaggio (non di piacere, lavoro per un’associazione umanitaria) nel Sud Sahara. È facile parlare di cambiamento quando si hanno mezzi per farlo. È facile parlare di scelta vegana, quando non si muore di fame o di sete, quando si hanno scarpe e vestiti per coprirsi. Se non hai nulla, quel che trovi, che ti puoi permettere, che ti passa qualcuno è già etico. Per questo, mi dispiace, per quanto possa essere ecologicamente compatibile, non avrà mai il mio totale sostegno: è elitaria. E finché il veganesimo sarà un privilegio occidentale e borghese non potrò che sostenere il diritto sacrosanto di una persona, dall’altra parte del mondo, a cibarsi o utilizzare per altri scopi oggetti, se non ha modo di accedere ad alternative.

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    • Salve Emiliano,
      Grazie per il suo contributo. Vorrei fornirle uno spunto di riflessione.
      Dal punto di vista dell’etica, l’essere in grado di scegliere è fondamentale. L’etica attiene alla possibilità di operare una data scelta. È fuori dubbio che non possiamo considerare immorali o non etiche tutte quelle azioni che non prevedono un’alternativa: tutto ciò che è mosso da coercizione o minaccia, deve essere considerato seperatamente rispetto a tutte quelle situazioni in cui un soggetto ha la possibilità di scegliere liberamente. Questo è il principio fondante di un responsabilità “morale”. Nonostante le questioni di cultura, tradizione e nonostante le condizioni di vita ed economiche riducano le opzioni per molti individui nel mondo, questo non esime chi come me o come Lei, ha la possibilità di scegliere criticamente. In questo senso, ognuno valuta nel range delle proprie opzioni e possibilità.
      E poi perché definire “elitaria” una forma di progresso che comunque escluderà lo sfruttamento animale dalla produzione? Ben vengano studenti volenterosi come il team colombiano vincitore del premio, che hanno capito, con la loro scoperta, che possono anche creare delle filiere locali di approvvigionamento delle materie prime.
      Invito anche gli altri lettori, ad esprimere la propria opinione. Voi cosa ne pensate?

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    • Salve Emiliano, penso che definire “oggetti” degli esseri viventi senzienti in grado quindi di provare paura, angoscia, dolore e umiliazione, non ci ponga esattamente nella posizione di poterci definire “non elitari”… Pensare di avere il diritto di sfruttare chi non ha voce per difendersi è invece già di per sé, decidere di far parte di un elite a scapito della vita dei più deboli.

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      • Emiliano YaBasta Ferrini 8 luglio 2018, 19:42

        Signor Sauro e signora Laura, non ho messo in dubbio la possibilità che io, uomo bianco ultraquarantenne, con una certa stabilità economica, cultura e la possibilità di approvvigionarmi quasi ogni tipo di prodotto “sostituto” vegetale (cibo, pelle sintetica etc) possa vivere a 360 gradi da vegano DOCG. Ho messo in dubbio la possibilità che questo stile di vita venga perseguito da persone che non ne hanno le possibilità economiche, logistiche oltre che pratiche (se muori di fame, non stai a fare lo schizzinoso su quel poco che hai a disposizione). E scusatemi se lo ripeto: questo è un privilegio. Il privilegio di chi può scegliere di non uccidere un animale per mangiarlo perchè ha la possibilità di comprare verdure, perchè il clima e la terra non troppo lontani da lui lo consentono. Ogni mattina io posso svegliarmi e prendermi il mio bicchiere di latte di riso bio, senza fare male a una mosca (o quasi). Se non ho nemmeno l’acqua potabile come posso anche lontanamente pensare a una alternativa. Il fatto che io sia vegano non cambia di un millimetro la sorte di milioni di persone, io continuo ad avere il diritto di scegliere cosa mangiare e cosa no, finanche a buttare prodotti non vegan nel cestino (sento continuamente storie di vegani che trovano prodotti con un ingrediente che non va o tracce di latte e gettano tutto nel cestino). Elitario è poter scegliere di risparmiare la vita al pollo, perchè le proteine le posso mangiare dalla soia, dal seitan e dai legumi che compro al supermercato senza alcuno sforzo. E scusatemi ma io terenzianamente “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”. È un discorso molto ampio, e credo che non sia nemmeno questo il piano adatto di discussione. Ci vorrebbe una formazione in geopolitica che non possiamo intavolare qui su due piedi. Ad ogni modo, continuate con questo bel lavoro. https://www.elephantjournal.com/2016/09/veganism-is-a-privilege-not-a-cure/

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        • Salve Emiliano,
          Mi sembra che stai Orte di da presupposti sbagliati.
          Come fai a definire elitaria una scelta che (per quanto riguarda la parte alimentare) costa sensibilmente meno rispetto a chi mangia carne?
          Fa stare meglio in salute rispetto a chi mangia carne e ha meno bisogno di integrazione nutrizionale rispetto a chi mangia carne?
          Casomai è il contrario, elitaria è la scelta carnivora/onnivora che costa di più, produce danni alla salute e implica necessità di controlli, senza contare poi l’impatto Sull’ambiente e la distruzione dei territori nei Paesi poveri che un’alimentazione base di carne produce.

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          • Emiliano YaBasta Ferrini 17 luglio 2018, 16:03

            A quanto pare siete così vegani e democratici che non riuscite nemmeno a digerire una opinione leggermente diversa dalla vostra. Sì, mangiare carne di manzo allevata in allevamenti intensivi è un privilegio…poi, mica tanto, perchè se si guarda il carrello di un proletario-persona in povertà ciò che si trova sono soprattutto le cose più economiche: sottoprodotti del latte e della carne, quegli obrobri nutrizionali quali wurstel e sottilette. Ma che si possono acquistare con 30, 40, massimo 50 centesimi. Un litro di latte di quello più cheap possibile? va intorno i 20-30 cent al discount. Contro i latti vegetali che costano da minimo 1 euro al litro in su. Ok, qui parliamo di luoghi in cui l’ipermercato è una realtà. Bene, facciamo un salto nel nostro villaggio subsahariano, dove la farina di manioca impastata in panini non può certo essere l’unico cibo possibile. Moltissime verdure non crescono a queste temperature, o non crescono per intere stagioni, a causa della siccità. In altri casi, non avere acqua corrente a portata di mano (intendo a meno di 2km di cammino) fa sì che mangiare verdure o frutti non lavati abbastanza può far morire una persona di dissenteria. Se Neyla ha una capra nel suo villaggio e ne beve il latte io non sono nessuno per dirle “no cara, vai a 100 km da qui, vendi tutto e vai al supermercato per europei dove comprare il latte di soia, perchè tu stai sfruttando un animale, ovvove!”. Stessa cosa se ne usa le pelli o il vello per fabbricare vestiti o utensili. Io sono vegano perchè posso permettermelo. E sono conscio di rappresentare quella percentuale di popolazione che ogni giorno può decidere di rifiutare che gli venga messo in tavola un pezzo di carne, perchè non soffre la fame. E voi? Quanto ne siete coscienti? Quanti immigrati, stranieri ci sono tra le fila di VEGANOK, quanti proletari, cassintegrati, esodati? Hasta siempre.

          • Salve Emiliano,
            Comprendo ciò che vuole esprimere ma ribadisco che l’etica attiene alla possibilità di scegliere. È fuori dubbio che non possiamo considerare immorali o non etiche tutte quelle azioni che non prevedono un’alternativa: tutto ciò che è mosso da coercizione o minaccia, deve essere considerato seperatamente rispetto a quelle situazioni in cui un soggetto ha la possibilità di scegliere liberamente. Nella libertà di scelta, può attecchire “il dovere morale” di optare per l’opzione che arreca meno danni agli altri esseri viventi e all’ambiente.

  8. Ellen Tedeschi 3 luglio 2018, 18:09

    Fantastico!!!! Ma se i vegani sono in diminuzione ( come ci dicono da più parti) come mai ci sono sempre più prodotto cruelty free ? E’ la prova che sono notizie false..!

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    • Il numero delle persone che scelgono di diventare vegani è costantemente in aumento

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    • Eh si Ellen, sono notizie assolutamente false…
      Il numero dei vegani i è in aumento ed il consumo di prodotti vegani anche.
      I giornalisti che diffondono certe patacche dovrebbero semplicemente vergognarsi.

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