Inchiesta di Report: il legame tra allevamento intensivo, inquinamento e diffusione di Covid-19

Nella foto, Sigfrido Ranucci

Il 13 Aprile 2020 è andata in onda un’inchiesta di Report in cui si è analizzato il peso dell’allevamento intensivo nel suo contributo all’incremento dei tassi di inquinamento. “Il virus imporrebbe una riconsiderazione del nostro rapporto con il pianeta”: così Sigfrido Ranucci apre l’indagine a cura di Luca Chianca in cui si studia la correlazione tra inquinamento e tasso di contagio da Covid-19.

Di seguito proponiamo una sintesi dei concetti più rilevanti resi noti nell’indagine inserendo anche i principali studi citati durante la puntata fruibile qui: Report 13 Aprile 2020

Il titolo è emblematico: “Siamo nella ca…” e non è solo un modo dire. Sì, perché i liquami prodotti dalle attività di allevamento intensivo sono proprio il fulcro del problema.

L’allevamento intensivo in italia è la normalità. La modalità è identica per quasi tutte le attività del settore: capannoni con dentro migliaia di animali messi all’ingrasso. Una delle questioni più spinose? Lo spandimento dei liquami. Accanto agli stabilimenti di allevamento infatti, vengono stoccati in enormi vasche, i liquami prodotti dagli animali per poi essere smaltiti nei campi in specifici periodi dell’anno.

I numeri dell’attività di allevamento: dai primi anni ’80 si passa da 1 milione di maiali allevati a 7 milioni e si registra contemporaneamente, una diminuzione di bovini allevati che ad oggi, ammontano a circa 4 milioni. Numeri che hanno delle conseguenze in termini di impatto sull’ambiente, in particolare per ciò che concerne il tema dei reflui. A tal proposito Pierluigi Viaroli del Dipartimento di Bioscienze dell’Univiersità di Parma sulla questione scarti dichiara: “Non si produce più letame ma si producono liquami con molta acqua e temo si sia superata la soglia della sostenibilità.

La situazione nel bresciano

In questa area, su un milione di abitanti, ci sono 2 milioni di suini e quasi 1 milione di bovini. Per ogni abitante, corrispondono 2 maiali e una mucca.

Si tratta quindi di una zona con alta densità di allevamenti e di conseguenza, con alta densità di rifiuti. Il liquame del bestiame resta di norma all’aria aperta (nelle apposite vasche) per tutto l’inverno prima di essere disperso sui terreni; evaporando però produce grandi quantità di ammoniaca e contribuisce alla formazione del particolato PM 10, che si rileva ad altissime concentrazioni nella Pianura Padana anche nei giorni in cui i macchinari per lo spandimento dei liquami, sono fermi. Si tratta di una zona con dei livelli di azoto altissimi.

La mappa mostra i dati sulla densità di emissione dell’ammoniaca in Pianura Padana. La parte in rosso  identifica l’area più inquinata, con le più alte soglie e corrisponde al triangolo Brescia-Mantova-Cremona, quello con il maggior numero di allevamenti.

Quanto incide l’ammoniaca derivante dagli allevamenti sulla formazione del particolato PM10? Risponde Guido Giuseppe Lanzani, Arpa Lombardia:

“Gioca un ruolo nelle stagioni quando lo spandimento dei reflui è più importante. Si rileva in modo chiaro che la componente inorganica è sicuramente maggiore nei periodi in cui l’ammoniaca risulta essere più alta e corrispondentemente sono maggiori le attività zootecniche di spandimento.”

Secondo i dati di Arpa, in Lombardia, l’85% dell’ammoniaca deriva dai liquami prodotti dagli allevamenti e, dalle loro analisi, l’ammoniaca è uno dei principali fattori per nella formazione del pm10. Qual è quindi l’impatto ambientale dell’allevamento? Riccardo De Lauretis dell’Istituto Superiore di Protezione e Ricerca Ambientale dice: “Siamo ad un ex equo. Gli allevamenti hanno lo stesso impatto del trasporto su strada, la combustione della legna dei camini e l’attività industriale.”

All’inizio di Febbraio quando ancora il problema di Covid-19 non era un’emergenza nazionale ma colpiva già la provincia di Hubei in Cina, ricominciavano gli spandimenti delle deiezioni animali nei terreni dell’area: ciò che è emerso è che i giorni in cui si sono verificati gli spandimenti di liquame sui terreni autorizzati, corrispondono anche con le giornate di sforamento delle concentrazioni di PM10 nella provincia di Brescia.

Ma quindi c’è un legame tra concentrazione di particolato e diffusione del Covid-19?

La Società Italiana di Medicina Ambientale ha pubblicato un position paper dove si ipotizza il PM10 abbia facilitato la diffusione del coronavirus in Pianura Padana. “Per alcuni virus questo è una cosa che già esiste. Il metro di distanza in certe condizioni potrebbe non bastare”

Il position paper realizzato dai medici della Sima di Bologna e Bari è consultabile qui:

Relazione circa l’effetto dell’inquinamento da particolato atmosferico e la diffusione di virus nella popolazione

Si legge nel documento:

“Riguardo agli studi sulla diffusione dei virus nella popolazione vi è una solida letteratura scientifica che correla l’incidenza dei casi di infezione virale con le concentrazioni di particolato atmosferico (es. PM10 e PM2,5). È noto che il particolato atmosferico funziona da carrier, ovvero da vettore di trasporto, per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. I virus si “attaccano” (con un processo di coagulazione) al particolato atmosferico, costituito da particelle solide e/o liquide in grado di rimanere in atmosfera anche per ore, giorni o settimane, e che possono diffondere ed essere trasportate anche per lunghe distanze.

Leonadro Setti, del Dipartimento di Chimica industriale dell’Università di Bologna dice: “Dai nostri studi è emerso che laddove abbiamo avuto i maggiori sforamenti di Pm10 nel mese di Febbraio, cioè il mese in cui abbiamo avuto l’espansione della virulenza, statisticamente aumentano le persone contagiate.”

La Italian Aerosol Society non è d’accordo con la correlazione aumento dei contagi-inquinamento e pubblica una nota informativa in cui, nel merito di questa tesi, invita alla massima prudenza.

Italian Aerosol Society – Informativa sulla relazione tra inquinamento atmosferico e diffusione del COVID-19 

Nel documento si dice:

La IAS intende esprimere un parere sulle attuali conoscenze relative all’interazione tra livelli di inquinamento da PM e la diffusione del COVID-19. Queste conoscenze sono ancora molto limitate e ciò impone di utilizzare la massima cautela nell’interpretazione dei dati disponibili.

La Dottoressa Francesca Dominici

Gli studi però ci sono. Recentemente è stato pubblicato dalla Dottoressa Francesca Dominici, professoressa di biostatistica presso la Harvard T.H. Chan School of Public Health e condirettrice della Data Science Initiative presso l’Università di Harvard, uno studio in cui si dimostra che in 3080 contee degli Stati Uniti, a livelli più elevati di PM 2,5, corrispondono tassi di mortalità da Covid-19 più elevati del 15%.

Lo studio si intitola Exposure to air pollution and COVID-19 mortality in the United States ed è disponibile QUI

Gli studi ci sono e sono materia di indagine per gli enti preposti

Esiste una correlazione tra concentrazione di polveri sottili nell’atmosfera e diffusione e letalità di Covid-19? Report, attraverso un’intervista della giornalista Giulia Presutti, lo chiede direttamente all’Istituto Superiore di Sanità. Ecco il commento Silvio Brusaferro a proposito dello studio guidato dalla Dottoressa Francesca Dominici:

Lo studio è assolutamente solido; è uno studio che mette in correlazione l’esposizione a PM 2,5 negli anni 2000-2016 con le aree in cui si è verificata mortalità e diffusione di Covid. I ricercatori dell’Istituto lavoreranno su questo tipo di scenario. Esiste un programma (Programma sui Sustainable Developement Goals) dentro il quale si parla di inquinamento e i paesi si pongono degli obiettivi per abbatterlo. Il programma Non era correlato al Covid ma il tema delle polveri sottili era presente. 

Fonte: inchiesta di Report del 13 Aprile 2020

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    E tra un po’ arriveranno le proteste dei produttori di carne che hanno tutto l’interesse a continuare ad uccidere senza criterio nè vergogna

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      Si dovrebbe macellare meno carne Mangiare carne non tutti i giorni,ma due volte la settimana e .mangiare carne più genuina ,senza ormoni .

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      Sicuramente vedremo qualcosa in merito, gli allevatori si lamenteranno per la perdita di profitto, ma credo che ormai dovrebbe essere evidente che questo modello sociale non è più sostenibile. Non possiamo più mangiare carne, secondo me non dobbiamo ridurne il consumo ma abolirla, chiudere gli allevamenti intensivi e passare a un alimentazione vegetale. In questo modo otterremmo diversi effetti positivi… Aboliremmo (almeno in parte) la schiavitù animale, contrasteremmo il cambiamento climatico, abbatteremmo l’inquinamento atmosferico, contrasteremmo la diffusione di Virus e altri agenti patogeni più o meno gravi (Covid 19 è ancora un virus “gentile”… sarebbe una banale influenza se avessimo le cure… Pensate a cosa potrebbe fare un virus più aggressivo come ad esempio Ebola…) e sconfiggeremmo la fame nel mondo… Non viene fatto a causa dell’interesse di pochi, dobbiamo essere noi ad agire, non possiamo chiedere di risolvere il problema a chi lo ha provocato…

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  2. …dopo queste notizie io mi chiedo ancora come sia possibile che le persone considerino la carne un alimento di cui cibarsi…

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  3. Questo mi fa tornare in mente lo speciale di diverse puntate di qualche tempo fa di Giulia INNOCENZI !
    Lei ha iniziato ha far vedere queste situazioni e non solo, pure i blitz negli allevamenti fatti da lei in prima persona …

    Dopo tutto quello , questo servizio,i servizi della bravissima Sabrina Giannini e del Dottor MARIO Tozzi,
    mi domando come può la gente essere ancora attratta da mangiare poveri animali morti…

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    Caccia e allevamenti sono mostruosità dirette e attuate da persone senza coscienza nè dignità

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    Il profitto e il cosiddetto progresso, che e’ falso, stanno portando l’ Umanita’ verso la definitiva catastrofe.!

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    Bisogna fare chi ha la possibilita’come un tempo, il proprio pollaio, orticello, insomma produrre in proprio, e chi non ha terreno dargli un pezzo di terra, sarà dura ma sicura, ormai fermare la chimica che da anni mangiamo e odoriamo non sara possible fermare, Buon appetito a tutti

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    Paolo Gagliano 16 Aprile 2020, 14:10

    SONO CONVINTO CHE L’INQUINAMENTO HA INDEBOLITO LE NOSTRE AUTO DIFESE . QUI SI PRECISA LE RESPONSABILITÀ DEGLI ALLEVAMENTI INTENSIVI E CHE BISOGNA TORNARE SUBITO AI PASCOLI PER FARE IN MODO CHE L’ANIMALE MENTRE MANGIA GENUINO INGRASSA IL TERRENO SENZA CREARE PM10 . POI SE CONSIDERIAMO ANCHE I FUSTI SOTTERRATI DI SOSTANZE TOSSICHE RADIO ATTIVE LA DISCUSSIONE FINISCE QUI. ORA LA SITUAZIONE È CHIARA A TUTTI. SIAMO TUTTI PIÙ DEBOLI E IL CORONAVIRUS HA ATTACATO LE NOSTRE AUTO DIFESE IMMUNITARIE. IO CONOSCO BENE LA RESPONSABILITÀ DELLE ACQUE SUL VOSTRO TAVOLO E IL RUBINETTO PER CUCINARE PIENI DI PROBLEMI CHE INDEBOLISCONO LE NOSTRE AUTO DIFESE.

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    Le minacce dei maledetti allevatori non fermeranno la lotta per difendere le loro vittime

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    Già il 27 novembre 2017 , nella trasmissione di Indovina chi viene a cena, si parlò della terra dei fanghi, con contaminazioni sui territori scioccanti e conseguenze drammatiche sulla salute delle persone. Ad oggi non è cambiato nulla

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