Climate change: il problema globale più grave per 9 europei su 10. L’Italia va controcorrente

Secondo un sondaggio Eurobarometro, la stragrande maggioranza dei cittadini europei mette il cambiamento climatico al primo posto nella classifica dei problemi globali; gli italiani, invece, temono maggiormente il diffondersi di nuove pandemie.

 

I cittadini europei considerano i cambiamenti climatici il problema più grave a livello mondiale: a rivelarlo sono i risultati di un sondaggio Eurobarometro pubblicato di recente, che ha coinvolto quasi 27 mila cittadini dei 27 Stati membri dell’UE. L’indagine è stata condotta fra il 15 marzo e il 14 aprile 2021, e ha riportato chiaramente come il climate change sia una minaccia particolarmente sentita dalla stragrande maggioranza degli intervistasti: più di nove intervistati su dieci lo considerano un problema serio (93%), e quasi otto su dieci (78%) lo considerano molto grave. Questi risultati sono stabili dal 2019.

Oggi quasi un europeo su cinque (18%) crede che il cambiamento climatico sia il problema più grave, seguito da povertà, fame e mancanza di acqua potabile (17%) e diffusione di malattie infettive (17%). Rispetto al 2019, si sottolinea un cambiamento di prospettiva: all’epoca, i cambiamenti climatici venivano considerati meno gravi di povertà, fame e mancanza di acqua. La crisi sanitaria attuale ha portato al secondo posto il timore per la diffusione di malattie infettive, che prima si trovava in ottava posizione, ma anche la situazione economica è ora menzionata dal 14% degli intervistati, e guadagna due punti percentuali rispetto al 2019. Una situazione sicuramente legata all’impatto economico e sociale della pandemia da Covid-19.

E in Italia?

Mentre l’Europa acquisisce sempre maggiore consapevolezza rispetto alla crisi climatica, l’Italia sembra andare in un’altra direzione. Solo per il 7% degli intervistati nel nostro Paese si tratta del problema più grave; ci preoccupa di più la diffusione di malattie infettive (34%), e condividiamo questa opinione con Bulgaria (36%) e Ungheria (34%). A dare maggiore peso al cambiamento climatico in Europa sono rispettivamente Svezia (43%), Danimarca (35%) e Paesi Bassi (34%).

Il nostro Paese, dunque, è tra i pochi in cui il cambiamento climatico desta minori preoccupazioni, superato dal timore di nuove epidemie. Eppure, da diverso tempo gli esperti evidenziano chiaramente la connessione tra questo tipo di emergenza sanitaria e le attività umane più invasive, a loro volta causa proprio del cambiamento climatico. Secondo un report dell’ONU, l’aumento della domanda di proteine animali e le forme intensive di allevamento e agricoltura sono fattori strettamente connessi tra loro e con l’attuale crisi ambientale. Gli esperti dichiarano chiaramente che, se non saremo in grado di agire tempestivamente e invertire la rotta, dovremo affrontare nuove pandemie, con effetti sempre più devastanti sulla salute umana e sull’economia mondiale.

È il comportamento umano, il modo in cui ci procuriamo il cibo e interagiamo con l’ambiente che ci circonda a rappresentare un fattore di rischio per la diffusione di zoonosi, ovvero malattie infettive trasmesse dagli animali all’uomo, proprio come l’attuale Coronavirus. Basti pensare che, secondo gli esperti, tre su quattro di queste “nuove malattie” provengono dagli animali e la frequenza con cui emergono sta accelerando da oltre 40 anni.

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Il punto del problema è l’espansione umana indiscriminata, l’invasione di territori altrimenti “rurali” e il contatto inevitabile con le specie animali che abitano queste zone: se si ha una perdita di biodiversità, ci si trova di fronte a poche specie in sostituzione di molte – e queste specie tendono a essere quelle che ospitano agenti patogeni che possono trasmettersi all’uomo. Il nodo nevralgico della questione, dunque, è fermare la deforestazione – il che ovviamente ha tutto a che fare anche con la questione ambientale che affligge il pianeta.

Il 31% degli europei mangia meno carne

Parlando di risposta politica, il 90% degli europei affermano che le emissioni di gas serra dovrebbero essere ridotte al minimo, agendo poi per compensare le emissioni rimanenti. Questo, in accordo con il Green Deal europeo, il piano d’azione elaborato per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, e in generale un’economia sostenibile, efficiente dal punto di vista dell’impiego delle risorse e competitiva a livello globale. Quasi nove europei su dieci (87%) pensano che sia importante per l’UE fissare obiettivi per aumentare l’uso delle energie rinnovabili.

Parlando invece di azioni individuali, il 64% dei rispondenti (+4% rispetto al 2019) sta già intraprendendo azioni per il clima e compiendo scelte più sostenibili nella propria vita quotidiana. Tre quarti degli intervistati (75%, dato invariato dal 2019) cercano di ridurre i rifiuti e di separarli regolarmente per il riciclaggio, molto prima di qualsiasi altra azione; quasi sei europei su dieci cercano di ridurre l’impiego di oggetti usa e getta quando possibile e più di quattro intervistati su dieci scelgono elettrodomestici a basso consumo.

Da sottolineare è la presenza in questo sondaggio di una nuova voce riguardo alle azioni individuali, ovvero l’acquisto e il consumo di carne: il 31% degli intervistati dichiara di comprarne e mangiarne di meno, mentre un terzo degli europei compra e mangia più cibo biologico (anche in questo caso, nuova voce).

La soluzione è un’alimentazione a base vegetale

Il fatto che all’interno del sondaggio sia stata introdotta una voce specifica sul consumo di carne, è sicuramente sintomo di una maggiore consapevolezza tra alimentazione e cambiamenti climatici. Le evidenze scientifiche confermano a più riprese che l’adozione di una dieta a base vegetale sia una delle azioni più importanti per fermare il climate change e questa consapevolezza sembra farsi strada tra i consumatori.

In questo contesto, il consumatore flexitarian – che pur non essendo né vegetariano né vegano, riduce il proprio consumo di prodotti di origine animale – può essere il vero game changer, contribuendo in maniera decisiva alla diminuzione dell’impatto ambientale legato alla produzione alimentare.

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