Carne scaduta e rietichettata: servono pene più severe

L’inchiesta di Giulio Golia de Le Iene ha portato alla luce uno scandalo che solleva molti quesiti sulla produzione e vendita della carne: tranci scaduti, rietichettati e rimessi sullo scaffale. Quali responsabilità e considerazioni? La parola alla Dottoressa Paola Cane.

Carne scaduta ma rivenduta con una nuova etichetta, fino a quando è impossibile ri-confezionarla senza evitare che i consumatori se ne accorgano. E allora viene tritata e mescolata per realizzare preparazioni gastronomiche. Lo mostra una recente inchiesta televisiva shock condotta da Giulio Golia e Marco Fubini de Le Iene che denuncia la prassi in uso in un reparto macelleria di un grande supermercato di Nizza Monferrato, avvezzo a rietichettate la carne scaduta o riciclarla per preparazioni gastronomiche.

Nuova etichetta e una nuova data di scadenza, anche per giorni. Una pratica denunciata da un addetto, che ha filmato le lavorazioni presso il punto vendita, e che, dopo lo scandalo, risulta aver perso il posto di lavoro.

Inchiesta e video de Le iene disponibili a questi link:
Carne scaduta e riconfezionata al supermercato (e non solo) 
Non solo carne: come i supermercati riciclano ogni merce scaduta

Una condotta scandalosa, penalmente rilevante, che merita più di una riflessione, perché capace in un sol colpo di mettere a repentaglio la salute pubblica, ledere gli intessi del mercato e di rovinare la reputazione non solo degli operatori coinvolti, ma anche di quelli che, pur virtuosi, si trovano ammantati di un alone di sfiducia e di discredito. Un evento che ci deve far riflettere anche sui costi della qualità, che necessariamente si riversano sul prodotto finale e che, per chi non li sostenere, sono marginalità superiori. Margini che quasi mai entrano nelle tasche dei consumatori, ma che, quando questo accade, ci vengono presentati come convenienza, offertissime ed extra sconti, quando invece forse dovremmo incominciare a chiederci non perché i prodotti di qualità siano più cari, ma perché al contrario, un certo prodotto possa arrivare a costare così poco.

Ma andiamo con ordine, facendo alcune precisazioni, utili per comprendere lo stato delle cose. Comunemente si è soliti chiamare “data di scadenza” qualunque data apposta sui prodotti alimentari che indichi il giorno, il mese o l’anno entro il quale il prodotto va consumato. In realtà, la data che troviamo sulle confezioni non sempre è una “data di scadenza”. La normativa distingue due tipi di durabilità del prodotto che non devono essere confusi: il “termine minimo di conservazione” (indicato con l’acronimo TMC) e la “data di scadenza”.

Il TMC è la data fino alla quale tale prodotto conserva le sue proprietà specifiche in adeguate condizioni di conservazione; esso si comunica con l’espressione “da consumarsi preferibilmente entro”. La troviamo sulla gran parte dei prodotti confezionati da conservare a temperatura ambiente: dalla salsa al pomodoro, ai succhi di frutta pastorizzati, dai biscotti alle caramelle. Consumare un prodotto oltre il TMC non è pericoloso, ma potremmo trovarci di fronte ad un alimento che non ha mantenuto tutte le sue caratteristiche originarie. Al contrario, di parla di “data di scadenza” nel caso di alimenti molto deperibili dal punto di vista microbiologico che potrebbero costituire, dopo un breve periodo, un pericolo immediato per la salute umana. Gli alimenti “molto deperibili dal punto di vista microbiologico”, in cui si utilizza la data di scadenza, sono prodotti che normalmente devono essere conservati in frigorifero, come formaggi freschi, carne ed alcuni prodotti a base di carne, pasta fresca, piatti pronti refrigerati, il latte , il latte in polvere, frutta e verdura IV gamma, ecc… In questi casi la data ultima di consumo si indica con l’espressione “Da consumarsi entro”.

Fatta salva l’applicazione della legge penale, se un alimento è ceduto (a qualsiasi titolo, anche gratuitamente) o esposto per la vendita al consumatore finale oltre la sua data di scadenza, il cedente o il soggetto che espone l’alimento è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria di una somma che va da 5.000 a 40.000 euro. Sanzione importante, per quanto non configuri necessariamente un reato.
L’articolo 5 della legge 30 aprile 1962, n. 283 di modifica della “Disciplina igienica della produzione e della vendita delle sostanze alimentari e delle bevande“, che affianca il Codice Penale, vieta di impiegare nella preparazione di alimenti o bevande, vendere, detenere per vendere o somministrare come mercede ai propri dipendenti, o comunque distribuire, sostanze alimentari:

a) private anche in parte dei propri elementi nutritivi o mescolate a sostanze di qualità inferiore o comunque trattate in modo da variarne la composizione naturale, salvo quanto disposto da leggi e regolamenti speciali;
b) in cattivo stato di conservazione;
c) con cariche microbiche superiori ai limiti che saranno stabiliti dal regolamento di esecuzione o da ordinanze ministeriali;
d) insudiciate, invase da parassiti, in stato di alterazione o comunque nocive, ovvero sottoposte a lavorazioni o trattamenti diretti a mascherare un preesistente stato di alterazione;
g) con aggiunta di additivi chimici di qualsiasi natura non autorizzati con decreto del Ministro per la sanità o, nel caso che siano stati autorizzati, senza l’osservanza delle norme prescritte per il loro impiego;
h) che contengano residui di prodotti, usati in agricoltura per la protezione delle piante e a difesa delle sostanze alimentari immagazzinate, tossici per l’uomo.

I contravventori sono puniti con l’arresto fino ad un anno o con l’ammenda da lire seicentomila a lire sessanta milioni. Per la violazione delle disposizioni di cui alle lettere d) e h) dell’articolo 5 si applica la pena dell’arresto da tre mesi ad un anno o dell’ammenda da lire cinque milioni a lire novanta milioni.

È bene sottolineare che è oramai da più parti riconosciuta l’esigenza di pene più severe, tanto che dal 2015 si è intrapreso un iter di riforma del sistema penale degli alimenti, che proprio quest’anno sembra esser giunto a un punto di svolta con la recente approvazione, da parte del Consiglio dei Ministri, del Disegno di Legge in materia di reati agroalimentari.

L’inasprimento delle pene oltremodo necessario a tutela della salute pubblica, del diritto, della concorrenza leale e della legalità e per scoraggiare definitivamente gli operatori che preferiscono correre il rischio di una sanzione piuttosto che lavorare nell’ottica della qualità e della salubrità degli alimenti.

  1. Ho visto il servizio. Veramente scandaloso. Spero vivamente che oltre alle doverose multe scattino manette.
    d’altronde non c’è da meravigliarsi che il mercato della carne partorisca certi orrori.

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  2. Ringrazio Giulio Golia e ringrazio il dipendente del supermercato (primo servizio) che ha avuto il coraggio di denunciare questo scandalo pur rischiando di perdere il suo posto di lavoro. Per quanto riguarda la carne “riciclata” non mi scandalizzo, l’industria carnea degli gli allevamenti intensivi, finanziati dal governo, da qualche parte deve piazzare i poveri animali fatti a pezzi.
    Il fatto certo è che c’è un forte calo di consumo di carne, da una parte grazie alla comunicazione etica che mostra il vergognoso trattamento riservato agli animali anime innocenti, dall’altra dalle evidenze scientifiche che hanno dimostrato la correlazione che esiste tra consumo di carne e malattie cronico degenerative e cancro. Tutto questo ha portato un costo alla grande distribuzione che si ritrova banchi frigo dei reparti macelleria sempre pieni. La GDO dovrebbe imitare la Gran Bretagna che già dall’anno scorso ha definitivamente chiuso i reparti macelleria in molti supermercati, allargando di conseguenza i reparti vegan sempre più richiesti e affollati.

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  3. Davvero un grazie immenso al dipendente consapevole e responsabile che a costo del proprio lavoro, ha collaborato per far uscire alla luce del sole questo scandaloso degrado di realtà senza scrupoli
    Si SENZA SCRUPOLI
    Gente ed attività che mettono a rischio la salute delle persone che ripongono fiducia del loro lavoro , si possini definire solo senza acropoli e delinquenti!
    Questo articolo è importantissimo non solo perché porta questa notizia ancora alla ribalta su canali diversi dal canale televisivo ma soprattutto e perché è corredato da tutta la serie di informazioni tecniche che sono fondamentali per La consapevolezza degli acquisti e soprattu mette in evidenza quando sia “facile “ manipolare gli ingredienti di derivazione animale e frodare La gente a rischio della salute !
    Vergogna !
    Che degrado !!!

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  4. Grazie per questa inchiesta. Che mette in luce atroci è irresponsabili verità! Mi auguro veramente che la gente capisca che acquistare comunque sia carne lede alla propria salute!

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  5. La questione dell’inasprimento delle pene riguarda la salute pubblica oltre che attenere alla legalità e alla certezza della pena per chi compie il reato. Se le pene rimangono di natura perlopiù amministrativa, le realtà produttive o distributive più potenti continueranno a preferire di correre il rischio di una sanzione piuttosto che ripensare il modo in cui lavorano. Se un supermercato, come quello che abbiamo visto nell’inchiesta, è disposto a correre un rischio così grande con delle pratiche di quel tipo, significa che al momento risulta essere più conveniente rischiare una sanzione che non creare dei protocolli di gestione trasparenti e puliti. È questa la follia

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  6. Avatar

    In questo mondo dove ormai lo scrupolo o i sensi di colpa non trovano più posto il mio elogio va verso il dipendente che ha permesso che il tutto venisse fuori, queste persone vanno punite…

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