Animal Equality: maltrattamenti e sofferenza negli allevamenti di polli che riforniscono McDonald’s

Mentre una recente inchiesta realizzata in Regno Unito da parte di Animal Equality porta alla luce maltrattamenti, abusi e sofferenza inflitti a migliaia di polli, in Italia preoccupa un nuovo focolaio di Covid-19 scoppiato in un impianto di macellazione di polli di proprietà dell’azienda Aia.

Migliaia di polli ammassati al buio, in condizioni igieniche scarse; operai che spezzano a mani nude il collo dei pulcini considerati “scarti”; polli ritenuti troppo piccoli per raggiungere il peso necessario alla vendita, volutamente privati dell’acqua e lasciati morire di sete: queste sono solo alcune delle pratiche aberranti testimoniate da una recente video inchiesta di Animal Equality in otto allevamenti di polli del Regno Unito. Parliamo di strutture certificate Red Tractor – organizzazione indipendente inglese che si occupa di certificare la qualità degli allevamenti – e gestite da Moy Park, uno dei maggiori produttori di pollo del Regno Unito e noto fornitore di McDonald’s. Si tratta di un grande produttore che alleva e uccide più di 312 milioni di animali ogni anno, tanto da rappresentare la fonte di quasi un terzo di tutto il pollo venduto nel Regno Unito.

Siamo di fronte a gravi episodi di maltrattamento e sofferenza, testimoniati sotto copertura, anche se la catena di fast fooddichiara di utilizzare solo fornitori che soddisfano i suoi standard più elevati, ma continua ad acquistare carne di pollo da Moy Park, produttore che di certo non si distingue per il rispetto degli animali“, come si legge sul sito di Animal Equality. L’associazione ha effettuato l’inchiesta in esclusiva con l’Independent, importante testata giornalistica a livello globale che in questo periodo sta pubblicando diversi articoli proprio riguardo ai maltrattamenti subiti dagli animali negli allevamenti intensivi.

“Business is business”, direbbero alcuni nel tentativo di giustificare queste immagini, e il profitto è proprio quello che sta alla base del funzionamento di un allevamento intensivo: gli animali smettono di essere considerati individui senzienti per diventare “macchinari” al servizio dell’uomo, la cui vita ha valore fintanto che genera guadagno. Il profitto si crea sui grandi numeri e nessun allevatore ha tempo né denaro da investire per prendersi cura del singolo animale; la soluzione è abbattere (o lasciar morire) gli individui poco produttivi, contando sul guadagno generato dagli animali nel loro insieme.

Leggi anche: “Benessere animale” negli allevamenti intensivi: è davvero possibile? Risponde Simone Montuschi, presidente di Essere Animali

McDonald’s continua a fare affari con Moy Park nonostante le nostre investigazioni abbiano rivelato che cosa si nasconde realmente dietro le porte di questi allevamenti. Inoltre, McDonald’s ha dimostrato di non avere a cuore il benessere animale e la sostenibilità della propria produzione – una negligenza grave a fronte di milioni di polli destinati a una morte di atroci sofferenze ancora prima di arrivare al macello.

Alice Trombetta, direttore di Animal Equality Italia

A questo punto, l’associazione chiede alla catena di fast food un passo avanti concreto: “È tempo che McDonald’s mantenga le proprie promesse, proprio come hanno già fatto KFC, Nando’s e centinaia di altre aziende, riducendo drasticamente la sofferenza degli animali coinvolti nella propria filiera, con un impegno pubblico e trasparente.

Guarda la video inchiesta di Animal Equality (ATTENZIONE: immagini forti):

E in Italia? Focolai di Coronavirus in uno stabilimento Aia

La situazione non è diversa nel nostro paese, come testimoniato da decine di video realizzati sotto copertura negli allevamenti intensivi, da parte di associazioni come Essere Animali e Animal Equality. A preoccupare, oltre all’aspetto etico, è anche la pericolosa connessione tra queste strutture e focolai di Coronavirus: dopo i casi di contagi in alcuni allevamenti e salumifici della provincia di Mantova, preoccupa il focolaio scoppiato in uno stabilimento Aia della provincia di Treviso. Sarebbero 182 i contagi (tutti asintomatici) tra i lavoratori della struttura, a fronte di 560 test effettuati; nonostante questo, l’azienda ha scelto di non chiudere l’impianto di macellazione, riducendo invece del 50% la produzione per consentire un maggiore distanziamento tra i lavoratori.

La decisione è stata presa in occasione di un vertice convocato dalla Prefettura di Treviso con organizzazioni sindacali, autorità sanitarie e municipali locali; mentre per la settimana prossima sono previsti nuovi controlli sui lavoratori, Aia spiega le ragioni che si nascondono dietro alla decisione di non chiudere la struttura: l’interruzione dell’attività di macellazione, come sottolineano gli esperti coinvolti, comporterebbe l’abbattimento di circa 1,5 milioni di capi di pollame, il che avrebbe ripercussioni importanti dal punto di vista igienico-sanitario.

Covid-19 e mattatoi: qual è la connessione?

Si parla ormai da tempo di focolai di Covid-19 all’interno di strutture di macellazione; prima ancora in Europa ci fu la Germania, ma i casi sono davvero numerosi e si sono riscontrati anche oltreoceano. Il motivo è legato innanzi tutto alle difficoltà a mantenere un adeguato distanziamento fisico tra gli operatori, ma anche agli ambienti stessi di lavoro, che risultano luoghi particolarmente insalubri a causa della presenza massiva di feci e sangue animale. Per cercare di tenere sotto controllo la flora batterica che si concentra nelle aree di lavorazione, si fa largo uso di acqua per pulire gli ambienti, aumentando così i livelli di umidità: il vapore conseguente, può aver aumentato la diffusione del virus da un soggetto ad un altro attraverso “droplet”.

Per approfondire: Stabilimenti di lavorazione della carne e focolai di Covid-19 in tutto il mondo: qual è la situazione?

Forse anche per questo motivo, è sempre più evidente un macro fenomeno che riguarda il mercato alimentare globale in questo periodo, ovvero la diminuzione del consumo di carne in favore di prodotti 100% vegetali. La pandemia ha infatti portato a un calo netto del consumo di carne a livello globale, con l’Asia che corre verso un’alimentazione plant-based per paura del contagio e un aumento considerevole della richiesta di “carne vegan” a livello internazionale. Anche la produzione ha subito forti rallentamenti, con uno shift quasi inevitabile verso gli analoghi di origine vegetale.

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