Allevamenti e antibiotico resistenza: il legame

Il fenomeno dell’antibiotico resistenza è una grave minaccia per la salute pubblica a livello globale ed è connesso anche con l’uso errato e indiscriminato di antibiotici in ambito zootecnico: gli allevamenti intensivi sono un problema etico, ambientale e, come dimostra questa situazione, anche una minaccia per la salute umana.

L’antibiotico resistenza (AMR) è un fenomeno potenzialmente molto pericoloso per la salute pubblica e si presenta quando batteri, virus e altri organismi sviluppano una resistenza ai farmaci che usiamo per combatterli, ad esempio gli antibiotici. La resistenza può insorgere sia nell’uomo che negli animali e si verifica quando un agente patogeno è esposto ripetutamente nel tempo a un agente antimicrobico che non lo uccide. Sebbene l’antibiotico resistenza sia un fenomeno che avviene anche in natura, a causa delle mutazioni genetiche che gli agenti patogeni subiscono normalmente, l’uso inappropriato degli antimicrobici – anche nel settore zootecnico – ha un ruolo importante nella sua diffusione.

Il problema è spesso legato alle precarie condizioni di vita all’interno degli allevamenti intensivi: centinaia e centinaia di animali ammassati in spazi piccoli, all’interno di capannoni nei quali è difficile mantenere condizioni igieniche adeguate, creano condizioni favorevoli per la diffusione di patologie che possono risultare pericolose anche per l’uomo. Ecco allora che l’impiego di antibiotici negli allevamenti diventa essenziale per contrastare e spesso prevenire la diffusione di malattie, col risultato però di creare agenti patogeni che diventano immuni ai farmaci. I batteri resistenti possono poi contaminare gli alimenti derivati da quegli animali (carne, pesce latte e uova) ma anche diffondersi alle colture che vengono irrigate con acque contaminate o fertilizzate con concime animale. Il rischio per la salute umana è ovviamente elevatissimo, dal momento che se il batterio resistente colpisce l’uomo, mancano i farmaci adatti a contrastarlo.

La situazione in Italia

In generale, negli allevamenti l’uso di antibiotici è regolato da norme severe e può essere a scopo:

  • terapeutico, per curare gli animali malati dopo valutazione veterinaria;
  • metafilattico, per trattare gli animali che sono entrati in contatto con un altro soggetto malato;
  • profilattico, per prevenire la diffusione di una patologia, prima ancora che gli animali ne manifestino i sintomi.

Per contrastare il fenomeno dell’antibiotico resistenza, la comunità scientifica è concorde nell’affermare che l’unico uso di antibiotici all’interno degli allevamenti dovrebbe essere a scopo terapeutico; non mancano però testimonianze da parte di associazioni animaliste – come ad esempio Essere Animali – che mostrano negli allevamenti l’impiego di antibiotici a uso profilattico, mescolati nel cibo o nell’acqua destinata agli animali, molto spesso senza alcuna valutazione veterinaria.

Secondo quanto riportato nell’ultimo report EMA – ESVAC (European Medicines Agency – European Surveillance of Veterinary Antimicrobial Consumption), a oggi in Italia circa il 70% degli antibiotici venduti (compresi anche quelli a consumo umano) è destinato agli animali. Questo ci rende il secondo paese in Europa per impiego di questa tipologia di farmaci in zootecnia, superando di gran lunga paesi di simili dimensioni come Francia e Regno Unito. Ma non basta, perché il nostro Paese detiene anche un altro triste primato: siamo i primi in Europa per numero di morti causati dall’antibiotico resistenza. Secondo i dati forniti dall’Istituto superiore di sanità (Iss), su 33.000 decessi in tutto il continente, oltre 10.000 avvengono in Italia.

A questo grave problema sanitario, però, si aggiunge quello ambientale: uno studio effettuato lo scorso anno su scala globale e condotto dall’Università di New York dimostra la presenza di alte concentrazioni di antibiotici nei fiumi principali in tutti i continenti. I livelli di sicurezza sono ampiamente superati in molti casi. Gli studiosi hanno cercato nei fiumi di 72 paesi 14 antibiotici usati comunemente, e hanno rilevato la loro presenza nel 65% dei siti monitorati.

Il futuro deve essere plant-based

Se non bastano le motivazioni etiche che spingono verso la scelta vegan, le conseguenze ambientali legate alla produzione di carne e derivati, e le evidenze scientifiche riconosciute dall’OMS sulla relazione tra insorgenza di patologie e consumo di proteine animali, ecco un ulteriore motivo: la minaccia concreta in termini di salute pubblica rappresentata dall’antibiotico resistenza. Il problema è globale e non può essere ignorato. La soluzione per contrastare tutte queste problematiche esiste ed è alla portata di tutti: la conversione verso una dieta plant-based. Cessare il consumo di carne e derivati animali è la risposta a molti dei problemi che il mondo deve affrontare: non si tratta di un’opinione, ma di un fatto concreto supportato da evidenze e studi.

Efsa (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare), ECDC (Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie) ed Ema (Agenzia Europea per i medicinali) sono al lavoro da anni sul tema e propongono due vie: da una parte sviluppare nuovi agenti antimicrobici ma allo stesso tempo affrontare il problema dell’uso indiscriminato di questi agenti, riducendo l’impiego di antibiotici negli allevamenti. Si tratta di soluzioni transitorie che mitigano gli effetti della produzione industriale ma non vanno alla radice del problema.

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